Diversamente dagli editoriali precedenti, per questa occasione non ho ricevuto l’ispirazione da eventi di sport elettronici e affini. A stimolare la mia creatività sono stati, invece, le recenti partite del campionato italiano di calcio: protagonista, come spesso accade, la Juventus. Tralasciando il merito delle decisioni arbitrali, universalmente confutate o confermate dalle estenuanti maratone di moviole, mi ha lasciato sorpreso l’incapacità delle avversarie di accettare la sconfitta.

Prima che partano le solite polemiche, è indubbio che una sconfitta non faccia piacere a nessuno. Tantomeno quando arriva non per demeriti ma per aver subito torti arbitrali. Eppure dalla mia testa non va via l’idea che le società che praticano sport debbano rimanere composti e professionali anche davani a errori evidenti. Ne va dell’immagine dello sport, in primis. Le partite di calcio, d’altronde, sono visionate da centinaia di migliaia di spettatori in diretta video: le immagini del post partita tra Juventus e Milan, con alcuni giocatori rossoneri inferociti contro l’arbitro e le bacheche dello stadio bianconero, difficilmente saranno considerate un esempio da seguire peri bambini. Nonostante il trend di spettatori sia diminuito, non si può negare che una grossa fetta continua a guardare i match dal divano, magari in famiglia. Quale messaggio passa a chi guarda? Che il calcio è corrotto; che è possibile lamentarsi anche ferocemente senza subire conseguenze; che la Juventus non fa altro che rubare da anni e anni; e che è necessaria la VAR, la moviola in campo. A prescindere da qualsiasi considerazione personale, ai giocatori e alle squadre manca una delle componenti fondamentali del fair play e dello sport: l’arte di saper perdere.

Un discorso che in parallelo può essere serenamente applicato anche agli eSports, con le dovute differenze e analogie. Il problema della moviola, ad esempio, non esiste: essendo giocato tutto tramite computer o console, è possibile rivedere ogni azione. Ovviamente non per segnalare falli “classici”, bensì per capire se uno dei giocatori ha sfruttato indebitamente un possibile bug o glitch, unica variabile casuale che può colpire gli eSports. Come accaduto nella Week 7 dell’EULCS, il campionato europeo di League of Legends. Nel secondo game del match Giants vs Vitality, sul punteggio di 1-0, i Giants erano nettamente in vantaggio e proiettati verso la vittoria anche nel Game 2. Un bug improvviso della Orianna avversaria (sfera invisibile) ha, tuttavia, costretto gli arbitri a fermare il gioco per controllare l’accaduto. Esito: game da ricominciare da zero, senza obbligo di stessi pick e ban. Risultato del match: 2-1 per i Vitality. Sommossa popolare? Rivoluzione? Epiteti non riproponibili? Per nulla: i Giants hanno espresso il loro disappunto civilmente via Twitter specificando che solo i Vitality erano d’accordo con il remake.

Nel nostro piccolo possiamo e dobbiamo renderci conto che la percentuale di partite indipendenti dalla nostra abilità è relativamente bassa. Un troll, un giocatore afk o un bug incidono in modo non significativo nel computo totale delle vostre partite. Questi numeri indicano che quando perdete una partita non è perché voi o uno dei vostri compagni avete remato contro: avete semplicemente giocato male. O, ugualmente, gli avversari hanno giocato molto meglio di voi. Il passo successivo è accettare questa situazione e guardare oltre verso la prossima partita.

Diventa quindi più facile accettare la sconfitta? Forse no, ma al momento ho potuto osservare molta più professionalità dalle squadre di eSports che da quelle di calcio. Senza dimenticare, ovviamente, che tanti altri sport tradizionali hanno raggiunto un loro sereno equilibrio: mai sentito parlare di polemiche eclatanti nel rugby, nel tennis o nel basket. Soprattutto da quando questi sport hanno aperto all’aiuto della tecnologia. Un passo che il calcio sta compiendo con grande, troppa fatica e malvolentieri.


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