Giovedì 23 marzo 2017 APH Gaming ha avuto il piacere di ospitare un incontro con Stefano Cozzi, meglio conosciuto come Riot Zhydaris. È stata un’occasione importante non solo per conoscere meglio la realtà di Riot Games e discutere di League of Legends ma anche, e soprattutto, per riflettere sull’attuale situazione italiana dell’esport. La domanda principale è: rispetto agli altri paesi europei, senza tirare in ballo Corea o Nord America, qual è il fattore che più ci penalizza?

La conclusione, al temine della discussione, seppur ovvia è tragicamente spiazzante. Perché ci si rende conto che la principale causa del ritardo italiano non è di tipo strutturale o economico ma prettamente sociologico. Tutte le scuse degli anni passati sono ormai decadute. Da una parte le linee internet sono sempre più avanzate, senza dimenticare che per chi non ha la possibilità di avere un PC (o console) o una linea esistono ormai in Italia più di 20 sale LAN che permettono a chiunque di crescere sia come singolo giocatore che come componente di una squadra. Dall’altra sono ormai lontani i tempi in cui gli investimenti di altre realtà erano inesistenti. I recenti ingressi di Sampdoria, Roma ed Empoli (e altri che arriveranno) su FIFA testimoniano l’interesse di società esterne al mondo degli sport elettronici. Società che sono disponibili a investire nei videogiocatori perché hanno capito che rappresentano un nuovo mezzo di comunicazione verso i nativi digitali e i millennials.

Risulta quindi chiaro che la questione rimane quasi totalmente di carattere sociologico, ovvero nella testa di coloro che non conoscono gli esports o non sono interessati a instaurare un confronto. Attenzione: non parliamo di semplici videogiochi ma di tutta la parte competitiva che li riguarda. I videogames, infatti, sono ormai totalmente sdoganati considerato che, già diversi anni fa secondo un rilevamento sul Corriere della Sera, il 43% della popolazione italiana dichiara di passare parte del proprio tempo sui titoli videoludici, con un’età media di 28 anni.

La fascia d’età con più giocatori in percentuale è proprio quella tra i 25 e i 34, un dato che dovrebbe stupire ma che, a una seconda analisi, risulta quasi scontata: sono tutti coloro che sono nati nell’epoca d’oro del boom dei videogiochi, partendo da Doom fino ai primi Tomb Raider. E i dati di oggi confermano tale tendenza con quasi un italiano su due che si dichiara giocatore e una forte presenza anche femminile vicinissima al 40%.

Qual è il problema allora se i videogiochi sono ormai sdoganati? La questione principale è che non lo sono affatto sotto il profilo della professionalità. I videogames restano comunque, nell’ottica della massa, un puro e semplice passatempo. Non è concepibile agli occhi di gran parte della popolazione che sia possibile fare di un gioco un lavoro. D’altronde molti genitori fanno ancora fatica a credere che lo sport tradizionale possa un giorno dare da mangiare ai propri figli: come pretendere, quindi, che gli sport elettronici rappresentino una percezione diversa nelle menti delle masse?

È una partita persa? Tutt’altro. Ma sta a noi videogiocatori competitivi e appassionati far cambiare la percezione che la società ha dei videogiochi, presentandoli anche come sbocco professionale ed educativo, come una qualsiasi altra disciplina tradizionale. Sta a noi dare l’esempio corretto, essere i primi a promuovere il messaggio positivo degli esports, mostrando quella professionalità che tanto pretendiamo sia riconosciuta dagli altri.

“Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo.” – Mahatma Gandhi


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